Qualche regola per prevedere il futuro di Octavia E. Butler

«Quindi crede veramente che in futuro dovremo affrontare il genere di problemi dei quali scrive nei suoi libri?» mi chiede uno studente mentre sto autografando dei volumi dopo una conferenza. Il giovane si riferisce alle difficoltà che ho descritto in La parabola del seminatore (1993) e La parabola dei talenti (1998), romanzi che raccontano di un futuro prossimo nel quale dilagano tossicodipendenza e analfabetismo, un avvenire contrassegnato dalla diffusione delle carceri e dall’insuccesso della scuola pubblica, dal vasto e crescente divario tra ricchi e poveri e da tutta una serie di problemi causati dal riscaldamento globale.
«Non ho inventato io questi problemi», sottolineo. «Ho solo dato un’occhiata alle questioni che stiamo trascurando e ho concesso loro circa 30 anni per trasformarsi in veri e propri disastri».
«Ok», contesta il ragazzo.
«Allora, qual è la soluzione?»
«Non ce n’è una», gli rispondo.
«Proprio nessuna? Vuole dire che siamo condannati?», mi sorride pensando che tutto questo sia soltanto uno scherzo.
«No», dico. «Voglio dire che non c’è una sola risposta che possa risolvere tutti i nostri problemi futuri. Non esiste una bacchetta magica. Al contrario ci sono, quanto meno, migliaia di risposte. Puoi trovarne una anche tu se scegli di farlo».
Alcuni giorni dopo, ricevo per posta una copia del giornale universitario, che riporta la discussione con il giovane studente. Cita le mie parole ed elenca alcuni degli scritti in cui mi sono occupata dei problemi dell’avvenire. Infine riferisce la sua domanda: «Qual è la risposta?». L’articolo si conclude con le prime tre parole della mia replica, lasciate ingiustamente lì da sole: «Non ce n’è una».
È troppo facile ribaltare il senso delle mie parole e, di fatto, dire una bugia, presentando una citazione accurata ma incompleta. In questo caso, è più frustrante poiché l’unica cosa che io e i miei protagonisti non facciamo mai quando riflettiamo sul futuro è abbandonare la speranza. Infatti, l’atto stesso di provare a guardare avanti per discernere le possibilità e offrire avvertimenti è di per se stesso un atto di speranza.

Imparare dal passato

Naturalmente, scrivere romanzi sul futuro non mi dà alcuna speciale capacità di prevederlo, ma mi incoraggia a usare la nostra condotta passata e presente come guida al tipo di mondo che stiamo costruendo. Il passato, per esempio, è affollato da cicli ripetuti di forza e debolezza, saggezza e stupidità, ascesa e declino. Studiare la storia significa comprendere l’umanità. E cercare di prevedere il futuro senza conoscerla è come cercare di imparare a leggere senza preoccuparsi di sapere l’alfabeto.
Mentre mi stavo preparando a scrivere La parabola dei talenti, sentivo il bisogno di riflettere sul modo in cui un paese poteva cadere preda del fascismo, quello che succede all’America del mio romanzo. Così avevo riletto la Storia del Terzo Reich e altri saggi sulla Germania nazista. Ero poco interessata ai combattimenti della Seconda guerra mondiale e ben più alla situazione prebellica. Volevo comprendere quanto la Germania fosse cambiata a causa dei problemi sociali ed economici che l’avevano tormentata, mentre Hitler e gli altri gerarchi colpivano e seducevano. Volevo sapere in che modo i tedeschi avevano reagito alla violenza e alla seduzione del loro passato e, infine, in quale maniera Hitler aveva usato quella storia per manipolarli. Volevo intendere quali menzogne la gente deve raccontare a se stessa quando, in silenzio o apertamente, guarda i propri concittadini combattere, rapire, uccidere. Diverse versioni di questo orrore si sono ripetute nel corso della storia. Accadono tuttora in luoghi come il Ruanda, la Bosnia, il Kosovo e Timor Est, dove gruppi di persone permettono ai propri leader di convincerli che per la loro stessa sicurezza, per la protezione delle loro famiglie e del loro paese, devono fermare i nemici ad ogni costo, quegli strani esseri che sino a poco tempo prima erano loro amici.
È abbastanza facile riconoscere l’orrore quando accade altrove nel mondo o nel tempo. Ma se vogliamo rintracciarlo qui in casa nostra, individuarlo prima che possa crescere e fare del male, dobbiamo prestare molta più attenzione alla storia. Questa idea mi è venuta in mente qualche anno fa, quando vivevo di fronte a una quindicenne il cui nonno mi aveva chiesto di aiutarla a fare i compiti. La ragazza stava facendo una relazione su un uomo che era fuggito dall’Europa negli anni Trenta a causa di alcune persone chiamate – esitando aveva pronunciato una parola che le era chiaramente sconosciuta – «i Nayzees?» Mi ci era voluto qualche secondo per capire che si riferiva ai nazisti e che non sapeva assolutamente nulla di loro. Dimentichiamo la storia a nostro rischio e pericolo.

Rispettare la legge delle conseguenze

Di recente mi sono lamentata con il mio medico che il farmaco che mi aveva prescritto aveva un effetto collaterale molto fastidioso.
«Posso darti qualcosa per contrastarlo», ha detto il medico.
«Un farmaco per contrastare gli effetti di un altro farmaco?», ho chiesto.
Lui ha annuito. «Ti aiuterà».
Sono tornata sui miei passi, odio prendere le medicine. «Il problema non è poi così grave», gli ho risposto, «posso farcela».
«Non ti devi preoccupare», ha replicato lui. «Questo secondo farmaco funziona e non ci sono effetti collaterali».
Questa notizia mi ha sconvolto. Sono stata assolutamente certa di non volere la seconda medicina. Mi sono resa conto che non pensavo esistessero farmaci senza controindicazioni. Infatti, non credo si possa fare assolutamente nulla senza degli effetti collaterali, noti anche come conseguenze indesiderate. Queste conseguenze possono essere benefiche o dannose. Possono essere troppo deboli per essere significative o possono valere il rischio perché i potenziali benefici sono enormi, ma le conseguenze ci sono sempre. In La parabola del seminatore, il mio protagonista la pensa proprio così:
Tu cambi tutto ciò che tocchi.
Tutto ciò che cambi ti cambia.
L’unica verità duratura è il cambiamento.
Dio è cambiamento.

Essere consapevoli della propria prospettiva

Quante combinazioni di effetti indesiderati e di conseguenti reazioni umane servono per deviare verso un futuro che sembra sfidare qualsiasi evidenza? Non molte. Ecco perché è così difficile prevedere con precisione il futuro. Alcune delle peggiori previsioni che abbia mai udito sono di tipo lineare, quelle cioè che ignorano l’inevitabilità delle conseguenze sgradite, che spesso ignorano le nostre reazioni meno logiche ad esse, ribattendo semplicemente: «Il futuro accrescerà sempre di più tutto ciò che in questo momento reclama la nostra attenzione». Se siamo in un periodo di prosperità, allora in futuro ci sarà prosperità. Se ci troviamo in un ciclo recessivo, siamo condannati a un pericolo ancora maggiore. Naturalmente, l’ipotesi di un’impossibile condizione di prosperità permanente può essere dettata dalla paura o da una superstiziosa speranza piuttosto che dall’attività di un pensiero lineare privo di immaginazione. Prevedere il destino in tempi difficili può avere a che fare più con il dolore e la depressione del momento che con un effettivo esame delle future opportunità. La superstizione, la depressione e la paura giocano un ruolo determinante nei nostri sforzi di previsione.
È anche vero, però, che la nostra collocazione determina ciò che siamo in grado di vedere. La mia posizione quando ho iniziato a interessarmi ai viaggi spaziali ha influenzato certamente la mia visione. Avevo seguito la corsa allo spazio della fine degli anni ‘50 e degli anni ’60, non perché fosse una competizione, ma perché ci portava lontano dalla Terra, lontano da casa, lontano per esplorare i misteri dell’universo e, pensavo, che là fuori avremmo trovato nuove case per l’umanità. Questo mi conquistava, almeno in parte, perché ero un’adolescente e cominciavo a pensare di lasciare la casa di mia madre per sondare i misteri della mia vita da adulta.
L’Apollo 11 aveva raggiunto la Luna nel luglio 1969. A quel punto avevo già lasciato casa mia e pensavo che anche l’umanità avrebbe lasciato la propria. Pensavo che avremmo cominciato a costruire colonie lunari e che alla fine saremmo sbarcati su Marte. Probabilmente un giorno lo faremo, ma non avrei mai immaginato che ci sarebbe voluto tanto tempo. Morale della favola: un pio desiderio non aiuta affatto a prevedere il futuro più della paura, della superstizione o della depressione.

Fare affidamento sulle sorprese

Non molto tempo fa parlando con un gruppo di studenti universitari ho accennato alla paura, che avevamo una volta, della guerra nucleare con l’Unione Sovietica. I ragazzi con cui ho parlato erano nati tutti intorno al 1980 e una di loro mi ha detto che non si era mai preoccupata di un possibile attacco nucleare. Non aveva mai creduto che una cosa del genere potesse accadere e pensava che questa eventualità fosse una sciocchezza.
Non poteva immaginare che durante la guerra fredda negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, nessuno avrebbe mai osato prevedere ciò che sarebbe accaduto, ovvero la risoluzione pacifica del conflitto negli anni Novanta. Ricordo ancora le esercitazioni antiaeree del periodo in cui frequentavo la scuola elementare, come ci inginocchiavamo a testa in giù contro le pareti del corridoio con le mani intrecciate, presumibilmente per proteggerci il collo, sperando che se mai ci fosse stata una guerra nucleare, Los Angeles sarebbe stata risparmiata. La minaccia di un aggressione è scomparsa, almeno per il momento, e con nostra grande sorpresa la causa è stata la dissoluzione del nostro più grande rivale, l’Unione Sovietica. Per quanto si cerchi di prevedere il futuro, possono costantemente verificarsi delle sorprese. L’unica previsione sicura è che ce ne saranno sempre.
Allora perché cercare di prevedere il futuro se è così difficile farlo, se è quasi impossibile farlo? Perché fare previsioni è un modo per ammonirci quando imbocchiamo strade pericolose. Perché la previsione è un modo utile per segnalare percorsi più sicuri e più saggi. Soprattutto perché il nostro domani è figlio del nostro oggi. Attraverso il pensiero e l’azione, possiamo esercitare una grande influenza su di lui, anche se non possiamo controllarlo totalmente. Tuttavia è meglio pensarci. È meglio cercare di trasformarlo in qualcosa di buono. È meglio farlo con tutti i nostri figli.


Octavia Estelle Butler, conosciuta anche come la “gran dama della fantascienza”, è nata a Pasadena in California, il 22 giugno 1947 ed è morta a Washington il 24 febbraio 2006. Alla fine degli anni Sessanta frequentando un workshop di scrittura creativa conosce il gran maestro della fantascienza Harlan Ellison, che in seguito diventerà il suo mentore. Octavia esordisce nel 1971 con il racconto Crossover pubblicato nell’antologia Clarion. Patternmaster, il suo primo romanzo e volume d’apertura della serie Patternist, è uscito nel 1976. Con il racconto Il suono delle parole si è aggiudicata, nel 1984, il premio Hugo e l’anno successivo il suo romanzo breve Legame di sangue ha vinto i premi Hugo, Nebula, Locus e Science Fiction Chronicle. Nel 1995 ha ricevuto una prestigiosa borsa di studio dalla Fondazione MacArthur. Successivamente la pubblicazione di altri cicli narrativi di successo e di alcuni racconti l’hanno definitivamente consacrata come una delle più importanti scrittrici nel campo della fantascienza.

Essence Magazine (2000) 
Reference: commongood.cc

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