Occhio di gatto di Roger Zelazny

Sulla porta della Casa delle Tenebre / giace una coppia di coyote rossi con le teste al contrario. / Nayenezgani li scosta col suo nero bastone / e viene a cercarmi. Con il fulmine dietro di sé / con il fulmine davanti a sé / viene a cercarmi, / con un cristallo di rocca e un ketahn parlante. / Più in là, agli angoli della porta / della Casa delle Tenebre / giacciono due ghiandaie rosse con le teste al contrario. / Con il fulmine dietro di sé, / con il fulmine davanti a sé, / le scosta con il suo bastone nero / e viene a cercarmi. / Ancora più oltre, al pozzo del fuoco della Casa delle Tenebre, / giacciono due civette rosse con le teste al contrario. / Le scosta con il suo bastone / e viene a cercarmi, / con un cristallo di rocca e un kethan parlante. / Al centro della Casa delle Tenebre / dove giacciono due gufi rossi con le teste al contrario. / Nayenezgani li fa da parte / e viene a cercarmi, / il fulmine dietro di sé / il fulmine davanti a sé. / Con un cristallo di rocca e un ketahn parlante / viene a braccarmi. / Lui sorge dal centro della terra. / E ancora oltre. / Preghiera dell’esorcismo

Roger Zelazny, Occhio di gatto, Mondadori (trad. di Enzo Verrengia)

«Il nuovissimo romanzo di Roger Zelazny è in modi diversi un trionfo. Esso segna una sorta di ritorno alle origini dell’autore, al suo stile più celebrato. Con Eye of Cat, Zelazny ha dimostrato che è ancora capace del genio che ne ha fatto uno dei più famosi artisti della fantascienza. Dopo così tanti anni, è molto gratificante vedere il mio scrittore preferito tornare alla ribalta con tale autorevolezza e semplicità. Dubito, tuttavia, che Eye of Cat sarà particolarmente apprezzato. Non c’è molto interesse, attualmente, per il tipo di trama che Zelazny offre, intensa e metafisica; sembra che questo genere di storie appartenga agli anni Sessanta. La maggior parte dei fan più giovani ha imparato a conoscere Zelazny dalle sue opere successive, con una cognizione soltanto marginale dei suoi primi innovativi scritti. E anche se Timescape (l’editore) sta promuovendo abbondantemente il libro, quest’ultimo non promette certo di diventare un best seller». Il tono delle prime recensioni del volume, all’inizio degli anni Ottanta, è quello che si può desumere dalle poche righe qui riportate: un ottimo testo che si annunciava non avrebbe avuto larga presa sul pubblico dei lettori. Parole profetiche. In effetti, l’opera non riscosse un grande successo, nonostante lo stesso scrittore americano l’annoverasse tra i suoi romanzi preferiti.
Christopher S. Kovacs, curatore di The Collected Stories of Roger Zelazny (NESFA Press, 2009), collana che raccoglie in sei volumi tutta la narrativa breve e le poesie dello scrittore americano, ha vissuto personalmente la polarizzazione del giudizio dei fan, attraverso le mail giunte in redazione che chiedevano lumi sulla possibile pubblicazione, con la stessa cura e diligenza, anche dei suoi scritti più lunghi. Da una parte c’era chi aveva decisamente detestato Eye of Cat, dall’altra, invece, chi, con fermezza, l’aveva definito il suo romanzo migliore. Perché tanta disparità di opinioni? Kovacs, ricordava ancora, la sua delusione quando, nel 1982, aveva letto per la prima volta Occhio di gatto. Si aspettava un thriller ad alta tensione, con un ex cacciatore che aveva viaggiato attraverso molteplici sistemi stellari, inseguito da una creatura mutaforma da lui stesso catturata parecchi anni addietro. Ma il racconto della caccia all’uomo sembrava esaurirsi ben prima dell’ambigua conclusione del romanzo, lasciando il posto a una notevole quantità di materiale poetico e altre bizzarrie narrative: l’inserimento di storie mitologiche, qualche frammento di giornale e, infine, alcune conversazioni che fungevano da interruzione di capitolo. Recentemente, rileggendo Eye of Cat, Christopher ha vissuto un’esperienza completamente diversa. Mettendo per un attimo da parte quanto promesso dall’illustrazione e dalla quarta di copertina, ha esaminato ciò che Roger Zelazny aveva scritto sul libro nel breve saggio del 1984, Constructing a Science Fiction Novel, scoprendo che le poesie nel prologo e nell’epilogo provenivano da canti tradizionali degli indiani Navajo rielaborati dall’autore e, rendendosi conto, che il romanzo si occupava di ben altro che un adrenalinico inseguimento.
Nel breve testo ricordato l’autore spiegava chiaramente che non si trattava di un thriller ma di una romanzo che metteva al centro i personaggi. Avendo vissuto in Nuovo Messico per più di un decennio prima della sua stesura, Zelazny rimase affascinato dai nativi americani che abitavano la regione, i Navajo, e compì approfondite ricerche sulla loro storia, la lingua, l’arte, la musica, le usanze e i costumi di questo antico popolo. Fu molto colpito anche dalla loro stupefacente capacità di adattamento all’ambiente e agli avvenimenti che li coinvolgevano. Mentre altre popolazioni indigene impiegavano la danza della pioggia per implorare gli spiriti di far piovere, i Navajo accettavano con pazienza e fiducia qualsiasi condizione climatica, anche la più estrema, le divinità volessero inviargli. Laddove le altre tribù assorbivano il lessico anglosassone nella loro lingua, i Navajo creavano parole nuove adatte al loro modo di pensare e di vivere. L’adattabilità divenne il tema dominante di Occhio di gatto. L’idea del romanzo si presentò quando lo scrittore pensò di impiegare come protagonista della storia un moderno Navajo che, grazie all’effetto di dilatazione temporale dei viaggi spaziali e ai numerosi trattamenti per il prolungamento dell’esistenza, fosse ancora vivo e in buona forma dopo quasi duecento anni. Il racconto avrebbe necessariamente avuto delle lacune a causa del lungo periodo di assenza dalla Terra, un periodo nel quale si sarebbero verificati parecchi cambiamenti. Un personaggio complesso che coinvolgeva, per la sua rappresentazione, da una parte i miti e le leggende del popolo Navajo e dall’altra l’esperienza come segugio, cacciatore e collezionista di rari esemplari di vita animale aliena. Un grave problema con una delle creature che aveva catturato in passato avrebbe fornito il movente del conflitto, punto di partenza della vicenda.
La caratterizzazione dei personaggi non era così buona dai tempi di Le rocce dell’Impero (1975) e l’eleganza con la quale Zelazny descrive l’esperienza del protagonista nell’ultima parte del testo rappresenta una delle sue migliori performance narrative di sempre. Eye of Cat, rispetto al più brillante Signore della luce (1967), ha il vantaggio di un solido e tangibile background mitologico-religioso, nel quale lo scrittore sembra trovarsi a proprio agio. La cosa che più stupisce di Occhio di gatto è la facilità con cui scorre la storia. Benché la trama a volte possa sembrare confusa, ciò accade in gran parte delle sue opere, le idee principali sono chiare e la conclusione è logica e coerente. In definitiva si tratta di un libro splendido, un ottimo esempio di quanto Roger Zelazny possa essere stato un autore geniale.

Urania n° 1677 / Aprile 2020 | Roger Zelazny | Occhio di gatto | Mondadori | € 6,90 (cartaceo) | € 4,99 (ebook)

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